A proposito di streghe e condottieri, e di tante altre faccende che riempiono la vita…

Alcuni giorni fa, forse già qualche settimana fa, mi ha scritto una lettrice dopo avere letto il romanzo La Strega e il Condottiero.
Il fatto mi ha stupito parecchio, non solo perché accade veramente di rado che qualche lettore si decida di scrivermi, ma soprattutto perché questo romanzo è stato pubblicato circa venti anni fa, e da un periodo altrettanto lungo non è più in commercio.
Se a tutto questo si volesse aggiungere anche il fatto che tra tutti i romanzi che ho pubblicato è stato quello che ha venduto di meno, probabilmente non raggiungendo neanche il migliaio di copie, si può comprendere il mio stupore nell’apprendere che qualche copia si possa trovare ancora in circolazione, che qualche nuovo lettore sia tentato di approcciarsi alla lettura e che infine, dopo averlo letto, decida addirittura di scrivermi.
Ma tant’è…
Se ne parlo è per un motivo ben preciso che ritengo meriti una puntualizzazione in questa sorta di diario quasi pubblico.
La lettrice esordisce, molto sinceramente, ammettendo che il libro lo ha avuto in maniera involontaria insieme ad altri romanzi e che, cito quasi testualmente, non aveva alcuna intenzione di leggerlo. In seguito, continua a scrivere, anche a causa dell’isolamento forzato al quale siamo stati sottoposti per via della pandemia, un pomeriggio lo ha preso tra le mani e prima di sera aveva finito di leggerlo.
Non deve trattarsi di una persona molto cerimoniosa, infatti non esprime particolare entusiasmo per la lettura, sebbene lasci intendere che la storia le è piaciuta. Lo afferma con delle parole che mi hanno colpito. Scrive, infatti, che il romanzo e i personaggi fanno ciò che ci si aspetta quando si decide di entrare in una storia che non ci appartiene. Ho trovato questa espressione molto simile a certe mie espressioni, e immagino che quando dice “fanno ciò che ci si aspetta” intenda dire che costruiscono intorno al lettore un mondo che esce dalla propria testa e riempie gli spazi del quotidiano con le storie degli altri. Io, quantomeno, se avessi adoperato quella espressione avrei voluto intendere una cosa del genere.
Ma la ragione principale per la quale sto scrivendo di questo avvenimento è tutta racchiusa nel modo in cui la lettrice conclude la sua comunicazione. Scrive infatti:
Un’ultima cosa però vorrei aggiungere a quanto detto finora, e ritengo sia la questione che mi preme maggiormente. Indipendentemente dalle emozioni che questo romanzo o altri sono riusciti a trasmettermi, questa volta mentre giungevo verso la conclusione della storia è stato come se qualcosa mi stesse strappando l’anima. Vorrei gentilmente chiederle se può spiegarmi perché è accaduto ciò.
Ovviamente sono rimasto colpito da questa considerazione e ho continuato a pensarci per giorni. L’espressione che ha adoperato è molto bella, ma nello stesso tempo è terribilmente bella.
Ho provato per questo a pensare quante volte nella vita qualcosa è riuscita a strapparmi l’anima, e soprattutto in che modo è avvenuto. Sono tornato indietro nel mio tempo e mi sono rivisto in situazioni verso le quali non avevo più concentrato la mia attenzione, e allora mi sono chiesto se sentirsi strappare l’anima si possa considerare una sofferenza o al contrario una sorta di liberazione. O se si dovesse considerare un dolore o più semplicemente una emozione così forte da imprimersi per sempre tra i ricordi. Sono comunque convinto che la domanda avrebbe meritato una risposta, anche fosse solo per capire. Ma non una semplice risposta, bensì qualcosa che riuscisse a esprimere la stessa sincerità che si manifestava nella richiesta di un chiarimento. Probabilmente è stato per questo che ci ho voluto pensare così a lungo, con la consapevolezza che se la stessa domanda mi fosse stata rivolta venti anni fa, quando ho scritto la storia, probabilmente non sarei stato in grado di tentare una risposta o addirittura, ancora peggio, non avrei avuto la capacità di comprendere la profondità della richiesta che mi veniva fatta. Quel che segue è quanto mi sono sentito di rispondere.
Io ritengo che la Strega, Il Condottiero, il signore dei Sacerdoti, il Fabbro e il Re sono le varie essenze di un unico personaggio. Non sono maschere, o modi di porsi dinnanzi alle umane faccende; né sono icone, o idoli, o espressioni di un bene e di un male troppo spesso enfatizzato. Eppure, pur non essendo tutte queste cose, alla fine non sono altro che tutte queste cose e non pongono il lettore dinnanzi ad un universo più o meno reale, ma mettono in contrasto tutto lo stesso essere di ognuno di noi. Perché sebbene ognuno di noi è tutte queste cose insieme, la quotidianità mantiene ognuna di esse in compartimenti separati. La storia, nella sua brevità, porta alla luce il dentro di noi e lo mette a confronto con noi stessi. La storia tutta è frutto di fantasia; il solo episodio reale si evidenzia nelle ultime righe dell’ultima pagina. E’ un episodio importante, storico, quale potrebbe essere la caduta di un impero, o la deportazione di un popolo, o una guerra di entità mondiale. Eppure, nella sua realtà storica e nella sua magnificenza appare un evento piccolo, quasi invisibile. Direi addirittura inutile. Ciò accade perché a quel punto tutti quei personaggi che inizialmente ho identificato come la nostra essenza, si sono confrontati tra loro e sono arrivati all’epilogo. Ritengo sia questo confrontarsi con sé stessi a trasmettere quella sensazione che probabilmente fino ad oggi non ero riuscito a comprendere, ma che la lettrice mi ha chiarito affermando che durante la lettura è stato come se qualcosa, o qualcuno, stesse strappando via l’anima. Perché alla fine della storia noi non abbiamo letto un romanzo, ma abbiamo letto dentro noi stessi e tutto il resto, a quel punto, diviene d’un tratto di nessuna importanza.

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