L’autore

o, più che l’autore, il perché dei romanzi

Raramente coloro che ci frequentano avranno di noi la medesima opinione.
A torto o a ragione credo che le persone si riconoscono nel tempo, frequentandole e mettendole alla prova. Io ho avuto la fortuna di conoscere molte belle persone, le quali mi hanno spesso invogliato e stimolato a scrivere.
Scrivere mi piace, perché genera in me sentimenti contrastanti. Credo, paradossalmente, che la vita sia una rappresentazione della narrativa e che uno dei motivi principali che induce molte persone a leggere, me compreso, sia conseguenza del desiderio che abbiamo di comprendere meglio i fatti nei quali siamo coinvolti quotidianamente.
Ho tentato di rappresentare questo concetto con il primo dei romanzi che ho pubblicato, La piazza viaggiante dei sogni e delle illusioni, nel quale, per come la vedo io, il mondo è una sorta di piazza viaggiante in dinamico movimento dentro uno spazio dai confini indefinibili; mentre la vita è lo spettacolo che si mette in scena quotidianamente in questa enorme piazza dove i ruoli di protagonista o di spettatore si confondano e si mescolano in ogni momento.
A distanza di tanti anni da quando il romanzo è stato proposto, considero ancora una grande fortuna che abbia rappresentato la mia prima pubblicazione, perché non racconta solo una storia, ma riassume lo sguardo che ho dinnanzi alle umane vicissitudini. Noi entriamo e usciamo continuamente da questo grande spettacolo che è la vita, interpretando indifferentemente ruoli drammatici o comici o ironici. Scrivere ‘la piazza viaggiante’ è stato un po’ come tentare di far riflettere in uno specchio deforme le deformità della vita quotidiana, restituendogli una stravagante armonia che inizialmente sembra rendere irreale la realtà, ma in un secondo momento, quando si comprende il meccanismo che sta alla base della narrazione, s’intuisce come invece la realtà molto spesso è la principale rappresentazione dell’irreale.
Il concetto appena espresso, probabilmente in maniera insufficiente, si potrebbe definire la sintesi migliore per rappresentare la mia scrittura, nella quale confesso non vi è alcun ammiccamento al desiderio di essere letto, perché ritengo che se scrivere rappresenta un momento di profonda sofferenza e di analisi nella quale tento di confermare le mie certezze, allora deve essere così anche per il lettore, che in alcun modo si dovrà sentire confortato nelle proprie sicurezze quando affronta una lettura.
Questo è di conseguenza il motivo per il quale mi diventa sempre più difficile leggere dei romanzi e ritrovarli interessanti. Non appartengo a quel genere di persone convinte che qualora si cominciasse una lettura dev’essere a tutti i costi portata a termine. Quando un autore non mi entusiasma o non mi regala emozioni forti lo abbandono. Mi accorgo che col trascorrere del tempo questa evenienza è diventata sempre più frequente, e non certo perché è diminuita la qualità dei libri che leggo o perché sono diventato più selettivo; bensì perché i libri mi hanno insegnato a osservare il mondo con uno sguardo più attento.
Come infatti ho già avuto modo di dire in altre occasioni, io ho un debito con la letteratura, in quanto la letteratura mi ha insegnato a essere tollerante, e ritengo sia stata la lezione più difficile da apprendere in tutta la vita, oltre che la più difficile da mettere in pratica quotidianamente.
Vorrei comunque precisare che quando scrivo non mi ritengo all’altezza dell’autore o di quegli autori che mi hanno regalato questa crescita spirituale; ma aspiro ad essi, e difficilmente scenderei a compromessi in questo senso.
A volte faccio un gioco con me stesso. Imitando lo stile di un autore letterario che in quel momento credo di conoscere meglio di altri, mi comporto nella vita di tutti i giorni come se fossi uno dei loro personaggi. Se per esempio sto per rispondere a qualcuno, nella frazione di un secondo penso tra me: a quel punto si portò la mano sul fianco e fissandolo negli occhi gli rispose… Quindi dò la mia risposta a voce alta, mescolando il mio mondo romanzesco col mondo reale che mi circonda, accorgendomi che la differenza principale, alla fine, tra il mondo reale e il mondo dei romanzi è rappresentata dal fatto che il mondo dei romanzi, prima di esprimersi, ha la fortuna di potersi sottoporre a una sorta di editing.
Sarebbe bello se fosse così anche nella vita reale, non tanto per non commettere degli errori, perché non sarebbe compatibile con la realtà una vita perfetta, quanto per rimuovere il rimorso che in alcune situazioni riesce a rovinare tutto il resto del tempo che ci viene concesso di vivere.
Ho tentato di affrontare questo tema col secondo romanzo che ho scritto, La strega e il condottiero, nel quale la realtà più cruda si fonde con la fantasia e la storia, quella grande che si tramanda nel tempo, diventa una sorta di giustificazione delle debolezze umane e del valore che gli uomini danno agli eroi di tutti i tempi. In questo romanzo i personaggi sono icone, e in una Ninive più immaginata che reale si scontrano il sentimento e la ragione, con la stessa violenza con la quale si scontrano gli eserciti in battaglia, per giungere alla conclusione che la guerra prima d’essere una manifestazione violenta degli uomini di tutti i tempi, è una sorta di genoma che ci portiamo dentro.
In quel che scrivo c’è spesso un fondo di tristezza, ma non credo ci sia mai disperazione.
Altri romanzi che ho pubblicato sono stati Brevissima storia di una bambina e di una gatta che volevano vivere aggrappate alla luna e Bigliadivetro. Mentre il secondo è una favola per bambini, la Brevissima storia nata nella sua prima edizione come un romanzo per tutti, è diventato nella seconda edizione un romanzo per ragazzi regalandomi la sorpresa di vincere il premio di letteratura per ragazzi di Cento. È stato bello scoprire come un sentimento forte e abbastanza desueto quale è quello della morte, sia stato tanto apprezzato dalla maggior parte dei ragazzi d’Italia che costituivano la giuria del concorso. Mi ha dato coraggio la forza della loro scelta, e mi ha fatto riflettere moltissimo sull’utilità della scrittura.
Eppure, nonostante ci abbia pensato tante volte al mondo fantastico che mi piace realizzare con le storie che mi vivono dentro, non saprei ugualmente rispondere alla domanda che mi viene rivolta più di frequente: perché scrivi.
Posso dire semplicemente che scrivere mi diverte e mi fa soffrire, due situazioni necessarie per sentirsi vivi. Se alla fine quel che ho scritto risultasse meritevole di una pubblicazione ben venga, ma per quanto la pubblicazione mi possa rendere felice rappresenta pur sempre un valore aggiunto.
La parte vitale si esaurisce con l’emozione della scrittura, così come la vita, o quel che ne rimane alla fine, si esaurisce con le emozioni che ci portiamo dentro.