“Il fucile da caccia”, un romanzo perfetto ancor prima che geniale

In letteratura ancor più che in tanti altri ambiti, la genialità si manifesta attraverso piccolissimi particolari. Inoue Yasushi c’è riuscito perfettamente, probabilmente solo con questo romanzo. Ma intanto c’è riuscito: impresa nella quale purtroppo riescono ben pochi autori. In 100 pagine, che oltretutto rappresentano la lunghezza del romanzo che io prediligo, ha creato una situazione del tutto simile alla vita: non tanto nella storia che ci viene a narrare, quanto soprattutto nell’aspettativa della storia che non avrebbe potuto narrare.
Infatti è in questa sorta di doppia invenzione che secondo me risiede la genialità dell’opera. Ogni volta che rileggo il romanzo rimango costantemente sospeso dentro il suo gioco di casualità; in quel quasi involontario desiderio di mescolare la narrazione dei personaggi con la vita reale dell’autore. Eppure non esiste da parte sua un giudizio, un punto di vista personale, e l’autore magicamente scompare dalla scena e rimane nell’ombra, testimone dei fatti narrati. Anzi, non esattamente testimone quanto invece custode degli eventi che si sono succeduti. Ma poi, a rendere ancora più geniale la narrazione, ci sono i personaggi che come lo stesso autore narrano la propria storia rimanendo anch’essi fuori dalla scena. E in questo vortice di assenze il lettore si ritrova invischiato fino in fondo dentro quelli che sono gli eventi che si succedono. Quando si giunge alla conclusione di questo breve romanzo vien voglia di affermare che la letteratura è realmente espressione di un’arte bellissima, ed è veramente un peccato che una simile affermazione si possa esprimere così raramente. C’è stato un periodo, molti anni fa, nel quale mi ero appassionato alla letteratura giapponese e non leggevo altro. Ovviamente non sempre la letteratura giapponese raggiunge queste vette, ma è pur sempre una fonte di riflessione, probabilmente perché ci pone di fronte a una cultura così diversa dal nostro stile di vita. Mi stupisce molto che nella nostra letteratura non esista uno stile di scrittura che ricordi lo stile giapponese. Si tenta moltissimo di riproporre la letteratura americana, molti romanzi si basano sulle tendenze che sono proprie della letteratura europea e in piccola parte si ricerca una fonte di ispirazione anche nei vari stili di scrittura tipici della letteratura sudamericana, ma nessun autore (che io sappia) ha tentato di proporre ai propri lettori una narrazione con i ritmi e le sfaccettature tipiche della letteratura giapponese. E non parlo di imitazione letteraria, perché sarebbe fin troppo semplice scopiazzare; oltretutto di imitazioni letterarie ne abbiamo fin troppe. Mi riferisco invece a quel desiderio di aspirazione letteraria che ritengo sia un requisito fondamentale per ogni bravo scrittore. Perché secondo me l’aspirazione letteraria è qualcosa di molto diverso dell’imitazione letteraria, e per quanto possa apparire difficile da spiegare ritengo sia un modo di intendere la letteratura che contribuisce a rendere migliore la società nella quale si vive.
Il fucile da caccia inizia come se dovesse essere un’altra storia: un po’ come accade alle nostre storie di tutti i giorni. Poi interviene qualcosa o qualcuno e tutto si modifica, e senza quasi rendersene conto accade che in piccola parte ci modifichiamo noi stessi. La buona letteratura in fondo esiste esattamente per questo: per renderci sempre un pochino migliori.

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