il romanzo “La scheggia”: non propriamente una recensione, ma piuttosto un atto d’amore

Raramente accade che si tenti di cercare in rete qualche notizia in merito a un autore letterario, in questo caso Vladimir Zanzubrin, per poi accorgersi di trovare soprattutto una indicizzazione che conduce al suo romanzo più famoso: “La scheggia”.
Pochissime notizie invece si riescono a reperire per quanto possa riguardare la sua vita. Certamente molto saprà in merito alla sua biografia la signora Serena Vitale, che ha avuto l’intelligenza di portare alla nostra attenzione questo breve romanzo, curandone la traduzione e una postfazione bella e interessante quantomeno alla pari dello stesso romanzo. Ma perché mi piace scrivere qualcosa per ricordare questo romanzo? Probabilmente, o forse soprattutto, per la sua curiosa storia e per alcuni risvolti intorno ai quali mi sorprendo a fantasticare tutte le volte che lo prendo tra le mani. Un autore, Vladimir Zanzubrin, destinato all’oblio; una persona probabilmente feroce, se osservata con i nostri occhi e il nostro pensiero; un uomo che nella Russia del periodo bolscevico prese parte all’armata rossa; anzi: passò all’armata rossa dopo avere disertato dall’esercito bianco. Figlio di povera gente, rivoluzionario nell’anima e autodidatta nella scrittura, ebbe un destino curioso che lo spinse inizialmente a ricoprire ruoli prestigiosi nel campo della cultura, proiettandolo verso i più alti vertici del potere socialista, in quegli anni che seguirono la fine del potere degli zar. Personaggio di spicco nella società, giornalista e segretario di autorevoli riviste letterarie, aveva l’ardore di chi riesce a farsi strada nella vita con la propria intelligenza e con la sola forza della propria cultura. Un uomo, ancor prima che uno scrittore, destinato a percorrere una brillante carriera politica.
Ma poi scrisse “La scheggia”, e fu come se questo breve romanzo si fosse tramutato in un morbo: un veleno che, come spesso accade, ha il potere di impossessarsi dell’anima e del corpo dello scrittore, e sconvolgerne in questo modo l’intera esistenza. Non sono riuscito a capire dalle informazioni in mio possesso se vi fosse stata una stretta correlazione, ma con la stesura di questo romanzo la sua fortuna politica (e anche letteraria) un po’ alla volta finì, e con essa terminò la sua serenità e la sua possibilità di affermazione sociale. Eppure immagino avesse ritenuto importante avere una affermazione letteraria, perché questo desiderio è in fin dei conti la forza che induce un autore a perseverare nel tentativo di presentare al mondo il proprio scritto. Nel caso di Vladimir Zanzubrin nessuno, a quel tempo, volle pubblicare il romanzo “La scheggia”. Nessuno. Eppure stiamo parlando di un letterato inserito nei più importanti salotti del tempo, ammesso che si possano definire con questo termine i centri culturali della Russia socialista. Era difficile infiltrarsi tra le maglie della censura del potere socialista, così non solo nessuno volle pubblicare il manoscritto, ma avere avuto l’ardore di presentarlo finì per allontanare lo stesso autore dalla vita politica e sociale. Potrebbe apparire un paradosso, ma la passione per la scrittura spinse verso l’oblio proprio colui che aveva iniziato la propria carriera letteraria con un romanzo lodato addirittura da Lenin. Era stato infatti un romanzo – Due Mondi – che gli aveva spianato la strada verso le future fortune. Perché non proseguire allora su quel percorso e continuare a scrivere storie acclamate dal regime? Chissà: forse perché in fondo, quando si ha il germe della scrittura, si ha anche la capacità di capire che non è con quel tipo di storie, con quei romanzi acclamati da chi detiene il potere, che si può scrivere qualche pagina immortale, e ogni grande scrittore è consapevole che con le parole che si scrivono non si aspira alla propria immortalità, ma all’immortalità dei personaggi ai quali si è deciso di consegnare una vita. “La scheggia”, infatti, possiede questo meraviglioso dono, e oggi non è per nulla sbagliato definirlo un romanzo immortale. Ma nonostante oggi si possa parlare di un capolavoro, “La scheggia” non verrà ugualmente pubblicato. Mai. Scritto nel 1923 non vedrà la luce né durante il periodo di vita dell’autore, né tantomeno dopo la sua morte, che oltretutto avviene in maniera meschina. Il manoscritto finisce addirittura dimenticato nel fondo di qualche archivio di qualche redazione letteraria, o così quantomeno mi piace immaginare, in maniera un po’ romantica, tutte le volte che mi ritrovo a fantasticare sulla vita di questo autore. Probabilmente quei fogli perduti, raccolti tutti insieme a formare un manoscritto, non si potrà mai sapere con esattezza a quale revisione fanno riferimento, se una delle prime o una delle ultime, perché l’autore in tutto quel tempo, nella speranza di giungere alla pubblicazione, aveva sottoposto la storia a frequenti modifiche. Ed è in questo modo che mi piace immaginare Vladimir Zanzubrin, ossessionato dalla sua stessa storia: ossequioso e disposto a tanto (ma non a tutto) pur di vedere dato alle stampe il suo breve romanzo. Ma le sue fortune politiche continuano a sgretolarsi, al pari delle ambizioni letterarie, e infine Vladimir Zazubrin cade in totale disgrazia. Diviene un nemico del partito e con la sua morte, seguendo lo stesso disgraziato destino, muore anche il romanzo “La scheggia”. Probabilmente per sempre, perché sarebbe potuto finire bruciato, o rovinato dall’acqua o stracciato e inviato al macero. E chissà quanti romanzi avranno fatto esattamente questa fine…
Invece sessanta anni dopo da quando è stato concepito, nel 1989, una studiosa della sezione manoscritti della biblioteca di Lenin trova questo breve romanzo e accade l’incredibile. Tutti vogliono pubblicarlo, addirittura due riviste lo propongono nello stesso periodo.
Il romanzo è un urlo. Un pugno che tramortisce. Una rivelazione che brucia l’anima e s’imprime tra i pensieri come fosse un dipinto. E’ un romanzo immortale, adesso finalmente se ne accorgono un po’ tutti, e il suo autore, questo scrittore minore che non appare mai nelle biografie del tempo, viene d’un tratto riabilitato. Non è più un autore minore, ma può essere finalmente annoverato tra i più grandi autori russi; capace di condurci alla pari degli altri, e per certi aspetti più degli altri, dentro una rivoluzione che ha annientato l’essere umano, che ha permesso ogni cosa perché tutto si deve a Lei, e perché dinnanzi a Lei il singolo essere umano diviene un oggetto inanimato. L’autore ha la capacità di strappare l’anima dei suoi personaggi fino a farli diventare carne: nudità senza forma o espressione.
Il potere di Vladimir Zazubrin, quando avremo finito di leggere “La scheggia”, è sorprendentemente vivo perché è immortale. Egli, nonostante tutto, è infine riuscito a renderci delle persone migliori di quel che saremmo stati se non avessimo osservato all’interno di questo meraviglioso e terribile dipinto.

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